I primi abitanti di Roma, tribù sparse sui mitici sette colli,
attingevano l'acqua direttamente dal Tevere. Potevano forse anche contare su piccoli pozzi
per raccogliere l'acqua piovana, come quello mostrato a destra, recentemente trovato
durante gli scavi nell'area del Foro di Cesare, databile al VI secolo aC.
Durante l'età repubblicana i Romani sfruttavano le sorgenti naturali esistenti nelle aree
abitate, che continuavano ad estendersi, spesso costruendo fontane sullo stesso sito. Molti
dei loro nomi, quali Fons Lupercalis, Fons Apollinaris,
Fons Pici, Fons Mercurii, e altri ancora,
si trovano negli antichi testi, e in alcuni casi si sa con ragionevole
approssimazione anche dove erano situate.
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pozzetto (VI sec. aC) |
Alcune erano sicuramente enormi, come la
Piscina Publica, nella parte
meridionale della città, il cui aspetto era quello di una riserva d'acqua più che di una
vera fontana.
Nella prima età imperiale (I secolo) era già scomparsa, ma l'imperatore Ottaviano
Augusto diede il suo nome alla XII
Regio (cioè rione) dell'area urbana.

il sito del Lacus Iuturnae
(gentile concessione di Kalervo Koskimies) |
Oggi rimane assai poco delle prime fontane, e i minimi resti
ancora visibili conservano a malapena il ricordo del loro originario aspetto. Solo
le leggende a cui diedero luogo sono state pienamente tramandate.
Questo è il caso del Lacus Iuturnae, il cui nome deriva dalla dea
Iuturna, patrona di coloro il cui lavoro aveva attinenza con l'acqua. La fontana sorgeva
nell'area del Foro Romano, presso il tempio sacro ai Dioscuri (Castore e Polluce, figli
di Giove e di Leda) perché, secondo la tradizione, nel 499 aC, al termine di una
battaglia a fianco dei Romani, si fermarono qui ad abbeverare i loro cavalli. |
Non resta molto nemmeno del
Lacus Curtius, una sorgente
o, secondo altri, una semplice vasca di raccolta dell'acqua piovana, anch'esso
nell'area del Foro.
Il punto dov'è situato costituiva l'ultima parte della palude
che una volta si estendeva su tutta l'area dove in seguito venne
edificato il Foro. Ma secondo
la tradizione, la sorgente ebbe origine quando un fulmine spaccò la terra, nel 445 aC,
e il console Gaio Curzio fece recintare l'area. Questa era una pratica religiosa: la caduta di
un fulmine era considerata presaga di eventi negativi, perciò in tali casi un consiglio di dieci
sacerdoti chiamati bidentales presidevano alla recinzione del punto, e alla sepoltura
di una pietra come rappresentazione simbolica del fulmine. Seguiva il sacrificio di una pecora,
per l'occasione indicata come bidental, e tale nome veniva poi preso anche dal sito stesso.
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il sito del Lacus Curtius
(gentile concessione di René Seindal) |

Lacus Curtius: il rilievo originale |
Una leggenda più avventurosa narra del Lacus Curtius come sede di
una voragine senza fondo la quale - aveva predetto l'oracolo - si sarebbe
chiusa solo gettandovi dentro ciò che in Roma aveva più valore; così, nel 362 aC,
il giovane cavaliere Marco Curzio, armato di tutto punto e a cavallo del destriero,
si lanciò egli stesso nella voragine, che si trasformò in un'innocua sorgente.
Una terza versione racconta del capo dei Sabini, Mezio Curzio, il quale nella buca sarebbe caduto.
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Comunque, il sito oggi appare solo come un'area quadrangolare irregolarmente lastricata,
contrassegnata dalla copia di un rilievo raffigurante Marco Curzio a cavallo
(l'originale, di età repubblicana, si trova nei vicini Musei Capitolini).
Durante l'età repubblicana il numero di fontane era ancora insufficiente
a coprire le necessità della popolazione, specialmente quella che viveva più lontana dall'area
del Foro, e in molti continuavano ad attingere acqua dal Tevere. Per tale ragione non era
consentito costruire fabbricati entro una certa distanza dalla riva orientale del fiume
(sul lato occidentale vivevano per lo più immigrati e mercanti stranieri), e l'area che doveva
rimanere libera da qualsiasi proprietà privata era delimitata da pietre, alcune delle quali
sono state ritrovate (cfr. illustrazione a destra).
La vera ricchezza d'acqua cominciò con la costruzione dei numerosi acquedotti, fra
il I secolo aC e il III secolo dC (cfr. la
precedente monografia), un periodo durante il quale a Roma
il numero di fontane crebbe notevolmente; non erano più alimentate dalle vicine
sorgenti naturali, ma dai principali dotti e dalle loro
molte diramazioni. |

pietra di delimitazione dell'area pubblica |
Una delle più famose era situata di fronte al Colosseo, ed era nota col nome di
Meta Sudans. Aveva la forma di un enorme cono, a somiglianza
dei piloni usati nei circhi, chiamati
metae, che demarcavano le estremità della
pista. La sua fama si doveva al fatto che l'acqua non zampillava da una bocchetta,
ma filtrava dall'interno attraverso la pietra porosa, dando alla fontana un aspetto
lucente ("sudante"), un'assoluta novità per quei tempi.
La Meta Sudans subì consistenti danneggiamenti nel corso del medioevo, poiché appare già
come rovina nelle antiche vedute del Colosseo. Nel 1936, in seguito al peggioramento delle
sue condizioni e per ragioni di traffico, venne definitivamente rimossa, e sul posto venne
collocata una targa commemorativa.

la Meta Sudans in una vecchia stampa
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fotografia dei primi del '900: qualche anno
più tardi queste rovine sarebbero state rimosse |
Sul lato opposto del Colosseo si può vedere ciò che di restaurato rimane di una piccola
fontana nell'area del Ludus Magnus, la principale caserma dove si allenavano e vivevano i
gladiatori.
L'imperatore Domiziano (81-96) fece costruire questo complesso sufficientemente vicino
al grande anfiteatro da poter essere raggiungibile dalla caserma per mezzo di un passaggio
sotterraneo. Nell'ampio cortile del Ludus Magnus si trovava un mini-anfiteatro,
per ricreare l'ambientazione dell'arena del Colosseo, e quattro piccole fontane triangolari
situate negli angoli, delle quali oggi ne rimane solo una.
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la fontana nel Ludus Magnus, raffigurata
anche nella Forma Urbis Romae (pianta del III secolo) |

fontana del I secolo a forma di corno (Musei Capitolini) |
Anche se non costituiscono oggetto specifico di questa monografia, va ricordato che, così come sorgevano fontane pubbliche, assai più numerose erano quelle private, di forma più svariata, che ornavano le ricche ville del ceto sociale più alto.

parte sommitale di una piccola fontana
di età imperiale (Musei Vaticani) |
Facevano parte delle fontane romane anche i cosiddetti ninfei, cioè fontane inserite in un contesto scenografico fatto di nicchie, piccole grotte o persino intere aule, variamente decorate da statue, mosaici, affreschi, vegetazione. Le loro dimensioni potevano raggiungere e persino superare quelle delle fontane pubbliche maggiori. La maggior parte di essi sorgeva in terreni privati, ma qualcuno era pubblico.

i resti ora conosciuti come "Trofei di Mario" |
Ad esempio, nei giardini di piazza Vittorio Emanuele sorgono le
imponenti rovine del ninfeo di Alessandro Severo,
ora noto come i "Trofei di Mario". È anche descritto nella sezione degli
Acquedotti, III parte , pagina 1,
poiché la fontana era il castello terminale di una diramazione staccata da tre dotti
principali che seguivano il corso delle vicine mura orientali della città.
Fra le sue decorazioni originali, nessuna delle quali è rimasta in sede, erano due
gruppi marmorei raffiguranti armi ed armature prese come trofei alle popolazioni barbariche,
quindi frutto delle campagne belliche romane.
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Nel tardo XVI secolo questi gruppi furono trasferiti
a piazza del Campidoglio, dove si trovano tutt'ora. Studi successivi hanno appurato che,
essendo più antichi del ninfeo che decoravano, con ogni probabilità Alessandro Severo li
aveva a sua volta presi da qualche altra fontana o edificio già esistente.
Le rovine del ninfeo fanno ora da rifugio per una delle molte colonie feline di Roma.

i due gruppi rimossi dal ninfeo di Alessandro Severo, e un'incisione del XVI secolo che li ritrae ancora al loro posto
Non lontano da piazza Vittorio è il ninfeo dei Licinii,
eretto attorno al IV secolo.

i resti conosciuti come "Tempio di Minerva Medica" |
Quelle che ora hanno l'aspetto di rovine originariamente costituivano un'aula rotonda a forma di cupola, le cui pareti erano molto probabilmente coperte da affreschi e marmi preziosi, mentre nel centro l'acqua zampillava da una o più statue, circondate da fiori e da piante.
Sorgeva nei giardini della villa di famiglia dei Licinii, che si estendeva su una vasta
superficie ora attraversata dalle linee ferroviarie. È ancora conosciuto col nome
popolare di "Tempio di Minerva Medica", da quando una statua della dea, che forse decorava i
suddetti giardini, fu rinvenuta lì accanto, fuorviando gli scopritori circa la reale natura
dell'aula.
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Il ninfeo è menzionato anche nel giro delle Mura Aureliane,
II parte, pagina 3,
con altre illustrazioni di queste notevoli ma piuttosto neglette rovine.
Una storia interessante e complessa è quella della statua conosciuta come
Marforio, una grande figura giacente, con barba, che si ritiene
essere la decorazione di un'antica fontana nel Foro Romano.
Fu prelevata dalla sua sede originale e trasferita in Campidoglio nel 1588, forse per farne di nuovo una fontana, anche se ciò non avvenne. Un documento dello stesso anno dice che la statua recava l'iscrizione
MARE IN FORO, da cui il nomignolo corrotto, e la vecchia teoria secondo
cui raffigurerebbe una divinità marina, sebbene gli esperti ora ritengano che si riferisca
ad un fiume, forse il Tevere. |

Marforio avrebbe fatto parte di fontana antico-romana |
La vecchia interpretazione dà ragione della conchiglia
marina nella mano destra, che col resto del braccio sostituisce il frammento originale,
andato perduto. La statua si trova ancora oggi sul Campidoglio, nel cortile di Palazzo Nuovo, che appartiene ai Musei Capitolini.
Una volta Marforio era molto conosciuto dal popolo, in quanto
faceva parte del gruppo delle cosiddette "statue parlanti", cfr.
Curiosità
Romane -
pagina 2.

Marforio nella sua posizione originale (freccia)
in un disegno del Foro del XVI secolo |
Per secoli la statua era rimasta sepolta nella vicina area del
Foro Romano, dove alcune mappe e disegni precedenti il suo trasloco ce la mostrano
non lontano dall'arco di Settimio Severo, tra gli altri resti sparpagliati. Quando papa Sisto V
la fece trasferire in Campidoglio, fu rinvenuta anche la sua grande vasca rotonda. Quest'ultima,
però, fu lasciata nel Foro, dove venne trasformata in un abbeveratoio per il bestiame
e i cavalli, e provvista di una nuova bocchetta, scolpita a forma di mascherone da Giacomo
Della Porta, famoso fontaniere del tardo XVI secolo. |
Nel 1816 anche la vasca, che nel frattempo era stata nuovamente semisepolta da terriccio e spazzatura,
fu trasferita ad una sede più nobile, sotto le statue dei Dioscuri davanti a Palazzo del
Quirinale, mentre il mascherone venne riutilizzato per una fontanella presso la riva del fiume
(la prima verrà descritta nella III parte, la seconda nella
II parte).
Ma l'essere trasferita, smontata, rimontata, e poi trasferita di nuovo, è un destino che
nel tempo sarebbe toccato anche a molte altre fontane meno antiche.